L’astore, T.H. White (Adelphi, 2016)

«Ho sempre amato gli esseri che non si fanno ammaestrare, gli inavvicinabili, coloro che sono destinati a soccombere». Raramente ho letto libri toccanti, laceranti e profondi come L’astore di T.H. White. Questo romanzo – un diario sentimentale raccontato con una lingua lirica e impeccabile – è la cronaca di un’avventura impossibile: tentare di addomesticare il più selvaggio e inafferrabile dei rapaci, il più libero e testardo della famiglia dei falchi: un astore di nome Gos, che White acquistò dalla Germania nel 1937. Rapito dal trattato di falconeria di Federico II di Svevia del 1619 (tuttora un testo di riferimento indispensabile per cominciare ad avvicinarsi alla falconeria) lo scrittore tentò l’impresa in qualche settimana, annotando su un taccuino i suoi progressi, i suoi dubbi e le sue osservazioni, con il foglio sul ginocchio e la mano sinistra impegnata a reggere il suo tutt’altro che fedele compagno.

I rapaci non hanno una tradizione di masochismo, e quanto più li si minaccia o li si tormenta, tanto più s’inferociscono. Selvaggi e irremovibili, prima di poterli addomesticare è necessario «spezzarli», in un modo o nell’altro. Qualunque crudeltà ha l’effetto immediato d’incattivirli, ed è quindi peggio che inutile, perché l’uccello non si piegherà né arrenderà mai. Esso ha un estremo, inviolabile rifugio: la morte. Il rapace angariato sceglie di morire. 

La cronaca, illustrata in questo libro che è alla pari di un romanzo cavalleresco, non è priva di sofferenza: ben presto White imparò che i falchi – e in particolare gli astori – sono creature testarde, vendicative e diffidenti, sempre in cerca di una ragione per scappare e per fare a meno dello sventurato che volesse tentare di ammansirli. Questo diario è la dimostrazione appassionata di come un falconiere e il suo falco debbano vivere un complicato ma inevitabile rapporto simbiotico: l’uno ha bisogno dell’altro per sopravvivere, ma entrambi passeranno il tempo a negarlo. Tra costruzioni di trappole e stratagemmi, White racconta la vita con Gos, le sue peripezie per convincerlo a mangiare, per costringerlo alla veglia, per impedirne la fuga. Il falconiere sa che ogni passo indietro costa la sfiducia dell’animale. Il falconiere non dorme e non mangia insieme col proprio falco. Un falconiere supplica quel falco, perché egli decida di mangiare dal suo pugno; si lascia sporcare la faccia di carni sanguinolente, deve dimenticare le offese, stabilire armistizi, saper essere convincente, suadente, divertente e praticare l’arte della noncuranza.

Parte della gioia stava nel fatto che adesso, per la prima volta nella mia vita, ero assolutamente libero. Avevo solo cento sterline, ma in compenso niente mi legava: non un padrone, nessuna proprietà, niente di niente. Potevo mangiare, dormire, alzarmi, star fermo o muovermi, secondo il mio desiderio. Ero più libero dell’arcivescovo di Canterbury, che senza dubbio aveva i suoi orari fissi e i suoi tempi preordinati. Ero libero come un falco.

Racconto epico e sensazionale, L’astore mette a nudo le complicate tensioni amorose e rabbiose che passano tra la bestia e il suo addestratore: un rapporto fatto d’amore e odio, di continue fughe e ritorni, di circospezioni, appostamenti, appuntamenti al buio o alla luce del sole. White ha scritto una storia che rinnega ogni sentimentalismo per necessità ma che al contempo è intrisa di sentimento, costellata di tentativi e fallimenti, di ingegnose trappole e trucchi, di fughe, libertà, ferocia e dolorosi legami. È veramente un libro bellissimo da leggere a cuore aperto, che insegna spietatamente l’arte dell’amore e della libertà e di quanto sia difficile ma necessario continuare a frequentare entrambi, senza soluzione. Cinque ciliegie.

 

L’astore, T.H. White
Adelphi, 2016
201 pagine, 18€
(L’immagine di copertina è © Luis Agassiz Fuertez / National Geographic Creative: Immagine delle ali di un falco (sopra) e di un astore (sotto))

 

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